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lunedì 15 gennaio 2018

Lungo i sentieri dell’identità. Intervista a Silvana Calabrese 2

     Come nasce il libro? Dall’esigenza di premere il tasto pausa alle nostre fin troppo frenetiche esistenze. Mi ha consentito di ripercorrere la mia vita e di osservare con incanto la vita del mio prossimo, fermandomi a riflettere. Ogni giorno avvertivo il bisogno irrefrenabile di sedermi e continuare la stesura dell’opera perché non facevo altro che incamminarmi lungo i sentieri dell’identità. Il testo nasce dal desiderio di comporre un dono per i lettori offrendo a me stessa una catarsi interiore, un viaggio introspettivo low cost.
     Il tema principale? Ciascun lettore potrà identificarsi nelle vicende trattate perché esiste un filo sottile che lega tutti noi. Il tema principale è quello del viaggio, un viaggio nel tempo a ritroso e in prospettiva. Percorrerete un itinerario che vi condurrà ad un approdo: l’antidoto ai disagi contemporanei.
     L’argomento affrontato, l’identità, rappresenta esso stesso il punto di forza dell’opera poiché costituisce il richiamo costante al quale siamo sottoposti. Infatti non dovremmo dimenticare che oggigiorno la nostra identità, ovvero il modo in cui percepiamo noi stessi è minato dalla difficoltà nel trovare un’occupazione (oggetto di un curioso capitolo). 
Silvana Calabrese Lungo i sentieri dell'identità
     A chi è diretto? A tutti coloro i quali, raggiunta una veneranda età, desiderano sedersi comodamente in poltrona e personalizzare la lettura trasportandosi sul viale dei ricordi. A coloro che hanno bisogno di riconciliarsi con se stessi. A quei genitori che hanno dimenticato di essere i primi educatori dei figli poiché molto di ciò che diventeremo da adulti si decide durante gli anni dell’infanzia. A coloro ai quali è dedicato il capitolo Matrimonio: la via del compromesso. A chi si sorprenderà scoprendo quanto i fattori identitari siano strettamente legati e difesi dai codici Civile e Penale e dalla Costituzione della Repubblica Italiana. A quelli che dovrebbero «imparare a credere in ciò che ancora non si vede».
     Il regalo perfetto per? Spero di non dare una risposta scontata asserendo che è adatto sia ai lettori dotti che ai meno eruditi e non fa discriminazioni anagrafiche poiché è un ponte generazionale. Possono donarlo i figli ai genitori. Oppure i nipoti ai nonni. O i genitori ai figli. Potrebbe essere un dono rivolto al coniuge. Qualunque occasione festiva accoglie la possibilità di incartare il libro. Non c’è il rischio di omologazione dei lettori perché la lettura viene interiorizzata e resa esperienza personale.
     Il messaggio che vuole lasciare/lanciare? Lancio un invito alla riflessione affinché non vadano persi i progressi e i doni della vita.
     Offro conforto a chi ha scrutato il lato triste della vita e lo esorto a guardare l’orizzonte, a riformulare nuovi obiettivi e conquistarli.
Induco i lettori a tornare a credere in ciò che è invisibile, ossia quello che ancora non si vede, ossia i programmi per il futuro.
     Lascio il messaggio che occorre tenacia e perspicacia e perseveranza per sormontare ogni tipo di ostacolo senza mai arrendersi.
     Il libro che avrebbe voluto scrivere? Proprio questo. Avrei voluto avere qualche anno fa la stessa saggezza che mi ha indotto a scrivere “Lungo i sentieri dell’identità”.
     So bene che gli scrittori creano delle aspettative nei lettori, ma in questo caso è l’autrice ad avere un desiderio: poterlo presentare ad un pubblico ampio con il quale discuterne. Quando scrivo un libro immagino il futuro lettore come faceva Virgina Woolf, ma è un’emozione unica avere i lettori di fronte. Hanno mille domande da porre e nello stesso tempo elaborano spunti notevoli.
     E quello che scriverà? Le idee sono molte ed il cantiere ha vetrate spesse e scure. Su di esso aleggia il segreto professionale. Ma vi concedo qualche piccola indiscrezione. Al momento sto seguendo due percorsi culturali: continuo ad alimentare la mia mente con numerose letture ed ho intrapreso un itinerario specifico che permette di individuare ciò che ha carattere inedito.
     Il libro guida? Non ho esattamente un libro guida, né mi ispiro allo stile di un autore. Ne ho elaborato uno personale. Però fin da bambina mi lasciavo affascinare dal personaggio televisivo della scrittrice di gialli Jessica Fletcher. Una donna geniale e dotata di acuto senso di osservazione e spirito critico. Nella serie televisiva “La signora in giallo” ha sempre goduto della stima dei suoi concittadini e perfino degli assassini grazie al suo impeccabile stile nel ricostruire le dinamiche dei delitti.
     La copertina preferita? Da quando ho imparato ad usare i diversi software, mi sono sempre impegnata nella realizzazione grafica delle mie copertine. Sono dell’idea che il primo ed immediato messaggio che un libro possa veicolare risiede nella copertina e che solo l’autore può concepire l’immagine da destinare al pubblico.
     Il libro che sta leggendo? Per il momento sono impegnata nella lettura di testi specifici e tecnici.
     Usa segnalibri? Il più stravagante? Nessuna stravaganza da segnalare in merito ai segnalibri. Ne ho alcuni ricevuti dall’Università, altri presi in libreria, un posto dove mi reco con assiduità. L’unica stravaganza consiste nel fatto che faccio di tutto per non sgualcirli. 
     Una frase regalo per i lettori. Volare con le ali della fantasia è come trovarsi ad alta quota senza paracadute e in riserva. Si è sospinti solo dalla volontà. 

Consulta la scheda del libro Lungo i sentieri dell'identità 

Nella sezione "L'autrice risponde" troverai anche:
Tutti i misteri sono risolti, l'intervista ;

venerdì 12 gennaio 2018

Le banche che non vogliono cambiare assegni circolari

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martedì 9 gennaio 2018

Lavoro, da sempre una dura realtà… dal valore inestimabile

Il lavoro rimane l’identità di ciascuno
Come abbiamo trascorso la festa dei lavoratori? Quanti italiani hanno potuto osservarla? Nel XXI secolo il lavoro è ancora riconosciuto come diritto dalla Costituzione, ma si è tramutato nella ricerca estenuante di un impiego. La disoccupazione è un male dilagante che travalica frontiere e trafigge animi. In passato le cose andavano meglio? Il genere umano ha di certo conosciuto periodi aurei intervallati da micro picchi di crisi. Proviamo a viaggiare indietro nel tempo per recuperare le caratteristiche identitarie del concetto di lavoro.
Silvana Calabrese Blog La scorribanda legale
Nel corso delle epoche storiche, l’accezione di lavoro si è arricchita di sfumature. Qualche tempo fa ho partecipato a un convegno inerente ai percorsi di storia sociale nel periodo dell’età moderna e ciò che ho udito si è legato ai miei studi permettendomi di maturare una più ampia visione in merito al tema. Se dovessi attribuire un aggettivo a lavoro, sceglierei precoce. Specialmente nelle famiglie di addetti all’agricoltura o all’artigianato i figli maschi erano considerati forza–lavoro. Prendendo in esame gli studi condotti sugli istituti assistenziali, che accoglievano orfani ed esposti, emerge che: l’avviamento professionale era una premura al fine di non vanificare gli sforzi dell’istituto; l’occupazione manuale era uno strumento disciplinare, scandiva le giornate bandendo i possibili disordini legati all’inoperosità (all’interno dell’istituto); il lavoro era uno strumento di controllo sociale proteso a evitare manifestazioni di devianza e di marginalità (nella società); l’esercizio di una professione fin dalla giovane età rappresentava un’opportunità di socializzazione al di fuori dell’istituto. Ad esempio avveniva un’integrazione del giovane con il nucleo familiare del datore; il lavoro rappresentava altresì un elemento che rendeva possibile un’elevata realizzazione personale come testimoniato dalle lettere di ringraziamento di industriali orfani di ambo i genitori ed ex ricoverati nelle case di beneficenza; vi sono anche casi in cui il lavoro poteva tramutarsi in anticamera della morte come recitano le descrizioni di alcune disgrazie come quella avvenuta all’orfano di padre deceduto a 14 anni per essere caduto, nella bottega del fabbro ferraio, su di un ferro che gli ha trapassato la mascella esponendolo al tetano. Ecco un parziale spaccato dei contesti dominati da una costante presenza di occupazione. Tutto questo fa del lavoro da sempre una dura realtà… dal valore inestimabile. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 26 maggio 2014, p. 14.

sabato 6 gennaio 2018

Intagli di frutta e verdura. Pecore col cavolo

Decorazioni con i prodotti della natura:
pecore con il cavolo bianco 
Se vi siete connessi in una notte in cui vi è difficile prendere sonno, vale ancora il consiglio di contare le pecore.
Se fossimo in prossimità del periodo natalizio, delle realistiche pecorelle sono già pronte per il nostro presepe. 
Se invece Pasqua fosse alle porte, vi mostro queste pecorelle affinché vi ispirino la preparazione dei caratteristici dolcetti con questa forma.
Intagli frutta verdura percore cavolo Silvana Calabrese - Blog
L'articolo fa parte della sezione "Intagli di frutta e verdura"
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mercoledì 3 gennaio 2018

Viaggio nella storia sociale

     Recensione: Paolo Sorcinelli, Viaggio nella storia sociale, Bruno Mondadori, Milano 2011, pp. 167.
     Contro il tangibile distacco che i giovani manifestano nei confronti della storia l’autore presenta un antidoto: conducendoci in un Viaggio nella storia sociale permetterà ai lettori di scoprire eventi, circostanze e atteggiamenti imprigionati nelle false pieghe della storiografia tradizionale. Al termine del viaggio, un insegnamento: così come gli individui singolarmente hanno bisogno della propria identità, la popolazione intera ha bisogno di un’identità collettiva in cui affondare le proprie radici storiche.
Viaggio nella storia sociale
     La nascita della storia sociale, nel Novecento, ha fatto emergere nuovi personaggi appartenenti ad una minoranza di uomini che la storia ha sempre trascurato. Il proscenio del passato si arricchisce di sfumature fino a lambire coloro che si sono trovati ai margini della storia. La storia sociale amplia gli orizzonti conoscitivi e di ricerca rivalutando i soggetti senza storia, ma soprattutto impiegando nuove fonti. L’autore si sofferma sul paradosso degli scarti della storia: le cose più semplici e quotidiane risultano essere quelle maggiormente sconosciute.
     L’opera intende mostrare le difficoltà incontrate dagli storici, i quali sono alle prese con i tasselli che il tiranno passato ha generosamente concesso loro, ma quelle informazioni non si presentano lineari e talvolta potrebbero essere distorte, falsate (si pensi alle retoriche di regime). Inoltre la storia non somiglia ad una formula dotata di consequenzialità logica. Ne deriva un “fare storia” come mestiere irto di ostacoli e strettamente legato al criterio dell’interpretazione delle fonti. Poiché il passato è complesso, ricostruirlo non consentirà di poterlo rappresentare nella sua interezza perché mai sarà possibile risalire a tutti gli aspetti che lo hanno caratterizzato.
     La storia sociale vede il suo faro nella storia della famiglia ed è proprio in corrispondenza dei primi studi sugli aggregati domestici che si è intuito che l’impianto economico e demografico lasciava trasparire questioni nuove rientranti nel campo della sociologia e dell’antropologia. Si iniziò a scoprire un sipario che celava i temi fondamentali dell’esistenza umana: la salute, l’alimentazione, la morte, la religiosità, la sessualità. Poiché un nucleo familiare nel corso del tempo è soggetto a mutamenti che possono determinarne l’ampliamento o meno in ragione di fattori sociali, politici e religiosi, lo studio della famiglia dovrà prendere in considerazione numerose linee di forza. Dal tema della famiglia scaturirà lo studio della donna e dell’infanzia, il concetto di matrimonio, di intimità coniugale, di fecondità con i suoi incoraggiamenti politici (Mussolini) e i comportamenti volti a impedirla.
     Società e cultura del passato sono intarsiate di événement ed è la loro correlazione e contestualizzazione che svela i meccanismi interni di una società e la Weltanschauung dei suoi cittadini.
     Sul versante della salute e della storia sanitaria scopriamo le misure messe in atto per contenere la mortalità e per arginare le occasioni di contagio epidemico. Il rigoglioso sviluppo della storia sanitaria si deve all’apporto di altre discipline. La storia dei grandi medici e della scienza vede emergere le storie dei medici minori mediante i loro appunti dattiloscritti, ma a inebriare lo sfondo vi sono le microstorie dei malati.
     Una moltitudine di temi esistenziali e drammatici si intreccia nelle cartelle cliniche e nelle corrispondenze dei ricoverati nei manicomi. Il senso di smarrimento che traspare dagli scritti dei pazienti si concretizza nelle cure poco ortodosse destinate a individui che spesso accusavano solo i sintomi dello stress post–traumatico derivante dalle atrocità dei conflitti mondiali. Bombardamenti, incursioni dal cielo garantite dall’aviazione, potenziamento dell’artiglieria si tradussero in crisi isteriche, attacchi di panico, disturbi nervosi o più sinteticamente nel fatto che la guerra, per chi l’ha combattuta, non ebbe termine nel ’45, ma si protrasse per il resto dell’esistenza. Le terapie all’interno dei manicomi erano incentrate sulla somministrazione di sostanze ipnotiche, sedative, cardiocinetiche, stimolanti, ceppi malarici, dosi di insulina tali da provocare il coma diabetico e sedute di elettroshock.
     Viaggio nella storia sociale spesso si presenta come un invito ad analizzare documenti inediti alla personale scoperta delle condizioni di vita e della visione del mondo dei nostri predecessori. È il caso delle memorie e delle lettere informali volte a imbastire uno scambio epistolare tra il fronte e gli affetti. Da esse si evince il senso della vita e un diverso declivio della storia fatto di sogni, speranze, ambizioni, aspettative, progetti. Quelle contenenti i diversi punti di vista della storia sono le tracce meno propense ad emergere poiché custodite negli archivi familiari.
     La scrittura ha rappresentato un bisogno improcrastinabile degli individui che, spinti dalla brama di comunicare e imprimere su carta vicende, emozioni e vissuti, hanno imparato a scrivere nel periodo dell’arruolamento.
     Numerose sono le visuali in merito all’argomento alimentazione quotidiana e spesso le fonti sono da ricercarsi nelle tabelle dietetiche delle comunità religiose, degli ospedali o degli istituti assistenziali. Scarso e spesso di cattiva qualità era il cibo nelle società del passato. Spesso la gente moriva di inedia, un epilogo della vita che oggi non riusciremmo a immaginare. Il testo ripercorre anche le conoscenze alimentari consolidate in Antico Regime e i rimedi culinari ad alcune malattie. Tuttavia la diffusione della pellagra, causata da carenza vitaminica (B e PP) era causata da un regime alimentare improntato quasi esclusivamente sul mais che a differenza del grano non contiene la vitamina citata. Chi contraeva la pellagra manifestava evidenti sintomi a carico del sistema nervoso e finiva i suoi giorni rinchiuso in un ospedale psichiatrico. È interessante scoprire quali fossero le abitudini alimentari e sociali legate alla gestazione e al puerperio considerando che era impossibile soddisfare il fabbisogno nutrizionale di una donna in dolce attesa e che nel primo anno di vita  l’infante era vulnerabile a gastroenteriti fatali.
     L’analisi delle passioni è desumibile dallo studio dell’illecito e della trasgressione utili a definire i contorni di ciò che nelle diverse epoche era considerato lecito. Così come i falsi fanno la storia perché per diverso tempo la storia verte su fonti manipolate, anche la trasgressione può delineare i tratti somatici della storia. 
     Tra gli scarti della storia ritroviamo, come ribadisce Le Goff, anche il corpo, quasi sempre celato, mortificato, deforme, ossuto. In particolare il corpo femminile e la donna stessa sono stati oggetto di demonizzazione ed esaltazione nell’alternanza tra la donna angelicata e la donna identificata con il peccato.
     Dal corpo si slitta verso l’argomento dell’igiene, della “pulizia secca” altrimenti detta pratica dello spulciarsi, della concezione dell’acqua calda come responsabile della dilatazione dei pori ai miasmi pestilenziali e del fare il bagno come segno di prestigio.
     Il viaggio si conclude con la necessità che sia chiaro il bisogno di avere delle radici storiche, una memoria collettiva che si trasmetta nelle generazioni e che sviluppi un senso di identità ed un  sense of past che ha condizionato il nostro presente ed inciderà sul futuro. Ecco allora che spicca il concetto di “luogo della memoria”, di heritage, di patrimonio che i singoli e la collettività riconoscano per mezzo della memoria collettiva.
     Dalle ricorrenze nazionali e istituzionali, dai monumenti che trasformano gli eventi in qualcosa da celebrare si giunge alla possibilità di diventare storiografo del proprio ciclo di vita attraverso uno strumento innovativo e democratico quale la fotografia. Inaugura un senso di percezione della nostalgia specialmente nella diffusione nei periodi bellici. Permette all’individuo di perpetuarsi e di incastonarsi lasciando una traccia di sé e della sua fisionomia in un preciso momento. Possono costituire una memoria del privato o estendersi a opportunità di memoria collettiva nel caso di libri fotografici dedicati a paesi o città. 
     Infine una dissertazione sulla difficoltà che la fotografia ha incontrato nell’affermarsi come documento storico perché per troppo tempo considerata un puro corredo illustrativo. Ma anche ritenere che il linguaggio fotografico sia immediato è un grave errore: l’immediatezza è solo apparente in quanto sono assolutamente necessarie tecniche di lettura e criteri interpretativi differenti rispetto a quelli applicati all’elaborazione delle fonti cui usualmente ricorre lo storico. 

giovedì 28 dicembre 2017

L’Inter, sofferenza continua per giungere alla vittoria

Un cantico per l’Inter
Inter: cantico o coccodrillo? Nel 2003 composi un breve testo intitolato «Semplicemente Inter»: «Inter, Inter, è quella squadra che fa soffrire chi la tifa, è la squadra dei colpi di scena, in grado anche di battere i campioni d’Italia o i temibili rosso-neri e magari perdere contro la Samp (alludevo al 7° Trofeo Birra Moretti disputato l’8 agosto 2003 e al Trofeo Tim). Ma dal 1908 ha saputo raccogliere migliaia di tifosi e giocare partite memorabili. Ha dovuto subire la perdita di alcuni grandi campioni guardando sempre avanti. Aspettiamo con ansia l’atteso scudetto nero-azzurro, forza Inter». Proviamo col cantico, un componimento poetico-lirico dal contenuto civile e accantoniamo per un momento l’idea del coccodrillo, un tipo di articolo che si pubblica in caso di scomparsa di un personaggio famoso.
Inter squadra calcio Silvana Calabrese - Blog
Cominciamo dai colori: il nero perché il destino è ignoto, l’azzurro perché la grandezza del cielo elimina confini e dubbi per chiunque abbia voglia di sognare. È il 9 marzo 1908 quando da una «fuga dal Milan», prende vita l’Internazionale o …semplicemente Inter.
 Nata sotto il segno dei pesci, è sensibile e vulnerabile e risente delle influenze dell’ambiente che la circonda. Lo zodiaco le attribuisce grandi energie che però non sempre riesce a incanalare correttamente a causa della sua natura incerta e diffidente che le impedisce di raggiungere nell’immediato i risultati ambiti. Un’indole paziente permette ai nati nel segno di sopportare le sofferenze. Ma vi è un simbolo del segno che rompe le convenzioni: la capacità di effettuare rapidi cambiamenti di rotta o finali a sorpresa, totalmente insperati.
Talvolta interpellare gli astri serve a farsi una ragione di ciò che accade, ma esistevano già degli indizi validi. L’inno ufficiale, «C’è solo l’Inter» recita parole chiare: «cosa c’è di meglio di una continua sofferenza per arrivare alla vittoria». Ancora più esplicito è il messaggio di «Pazza Inter», una canzone cantata nel 2003 dagli stessi giocatori negli studi della RTL 102.5: «Non fateci soffrire, ma va bene vinceremo insieme, amala! Pazza Inter amala!». È evidente che tifare per l’Inter implichi il compromesso della sofferenza, prendere o lasciare. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 11 maggio 2011, p. 24. 

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venerdì 22 dicembre 2017

Preserviamo i nativi digitali dall’eccesso di tecnologia

     Videogiochi e scuola? L’unica possibilità di sottrarre la scuola al suo torpore. Era l’opinione di un docente universitario riportata da «Avvenire» già nel 2009. Il torpore della scuola si deve alla sempre più scarsa professionalità dei suoi dipendenti. Il valore dell’istruzione è andato smarrito da tempo e si ritiene che una manciata di bit possa agire come una polvere magica.
Bambini nativi digitali Silvana Calabrese Blog
     L’articolo proseguiva con il solito alibi del salto generazionale che separa gli adulti dai giovani “nativi digitali”. In realtà questo slogan si è impresso nel nostro linguaggio troppo in fretta, come un’etichetta che ci risparmia la fatica di capire meglio il contesto nel quale ci ritroviamo ad operare. Ogni epoca ha avuto i suoi strumenti, con il cui ausilio, il genere umano è riuscito in imprese che i suoi avi non potevano immaginare. Pertanto in ogni generazione si può far leva su una scoperta maggiore rispetto alle precedenti ma inferiore se rapportata a quelle che verranno. Non intendo negare le enormi potenzialità del web, ma esso costituisce sia una ragnatela di infinite opportunità di conoscenza e sia un dedalo nel quale smarrirsi per sempre. La dimostrazione di quanto affermo deriva da alcune vicende da me direttamente osservate nei bambini di scuola elementare. Sono dei “nativi digitali”. La loro scrivania è scarna di oggetti, ma sono muniti del personal computer cui è collegata una stampante laser a colori. La tecnologia è nelle loro mani. Sono candidati a diventare i futuri premi Nobel grazie alle possibilità a loro concesse.
     Divaghiamo un momento con un esempio che disegnerà un sorriso sui volti dei lettori. Chiunque sia in possesso di una semplicissima penna a sfera, una biro, una vecchia scoperta–invenzione alla quale non diamo più peso, potrebbe scrivere affrontando qualunque argomento. I suoi scritti rimarrebbero impressi su carta perché la memoria, si sa, è più debole. Dunque la penna è uno strumento con un suo potenziale. Ma se chi la possiede non è in grado di toglierle il tappo, quello strumento sarà totalmente inefficace. Allo stesso modo un infante necessita innanzitutto di affinare le proprie capacità manuali e intellettive prima di essere dotato di strumenti tecnologici. Chi studia con il pc acceso, ne viene distratto. È inevitabile. [Se non ci avete fatto caso, è grave quanto un reato che come pena prevede l’ergastolo e non perché siete paleodigitali.] 
     Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 27 aprile 2012, p. 28.