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sabato 17 febbraio 2018

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

     Recensione: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, Einaudi, Torino 2007, pp. 419.
Un’opera la cui pubblicazione è risultata travagliata e inizialmente anonima, divenuta poi un grande successo e giunta fino ai giorni nostri.
Nell’isola britannica sembra che la vita degli individui sia strettamente legata ad alcuni elementi: matrimonio, patrimonio, status sociale.
Il primo rappresenta una vera ossessione per chi abbia concepito prole di sesso femminile perché solo i figli maschi divengono eredi dell’intero patrimonio di una famiglia. L’unione coniugale consente di accrescere il patrimonio del nuovo nucleo, ma ben poco si può fare per un miglioramento dello status sociale.
Orgoglio e pregiudizio Jane Austen Silvana Calabrese
La vita sociale nel Settecento era circoscritta ai ricevimenti ed alle feste da ballo organizzati dai parenti o dalle famiglie del vicinato. Lo scopo era uno e uno solo (e le rivalità molteplici): permettere ai celibi, del posto o in visita, e alle nubili di fare nuove conoscenze perché …«è un fatto universalmente noto», come note sono le rendite annuali di ciascuna famiglia del Regno.
L’opera non propone soltanto le sospettabili dinamiche matrimoniali, ma si concentra sulla fitta trama che può derivare dall’unione tra orgoglio e pregiudizio.
All’epoca era piuttosto evidente l’impazienza che le donne avessero nell’accasarsi e i rampolli non ne erano all’oscuro: sapevano bene che sarebbero stati graditi all’altro sesso e che una loro proposta di matrimonio non avrebbe mai ricevuto un rifiuto. Dal loro canto, le fanciulle assumevano perfino comportamenti esasperanti pur di ottenere pubblici consensi e far risultare gradita la loro presenza.
La lettura del romanzo della Austen rende spontanei dei paragoni con il nostro tempo, specialmente in merito ai rapporti uomo-donna. Oggigiorno si fa ricorso all’espressione «dispersione di attenzione» dato che i corteggiamenti sono limitati, a volte inesistenti, e se una fanciulla respinge un giovanotto, quest’ultimo non perde tempo a trovare una valida alternativa. Nel Settecento invece la ritrosia di una donna di fronte ad una seria proposta di matrimonio contribuisce a renderla amabile, inoltre è una consuetudine quella di respingere l’uomo di cui ha sempre avuto in mente di accettare la proposta, che spesso si ripete per più volte. Tuttavia all’uomo che veniva seriamente rifiutato dalla presunta amata non mancavano certo nuove occasioni per ottenere un consenso da un’altra donna il cui patrimonio ed il cui status sociale fossero pari o superiori rispetto alla precedente.
Tutto questo sembra dare per scontato il sentimento dell’amore che non ha nulla di meccanico o premeditato, ma è spontaneo, lento, graduale, a volte latente come il crescere nella stima dell’altro senza accorgersene e senza che l’altro se ne accorga fino a quando l’attrazione raggiunge l’evidenza. È in questa sfumatura che si colloca il reciproco ma dapprima ruvido sentimento che si instaura tra i protagonisti: Elizabeth e Darcy. I loro rispettivi patrimonio e status sociale di certo non si eguagliavano, erano però simili in fatto di orgoglio e pregiudizi.
La critica che dal 1813 (anno di pubblicazione del volume) si è concentrata sull’opera conviene, unanime, su un aspetto, quello di attribuire a Darcy l’orgoglio di classe, mentre a Elizabeth il pregiudizio nei suoi confronti. Io me ne discosto associando l’orgoglio anche a Lizzy. Si tratta di un orgoglio legato alla classe inferiore, consapevole di esserlo e incapace di nasconderlo a causa delle eccessive esuberanze della madre in pubblico. Chi appartiene ad una classe inferiore, ma cura e controlla i propri comportamenti, il proprio portamento, intensifica la propria cultura ed ha modi cortesi ma non ingenui, non ammette atteggiamenti superbi nei propri confronti.
Anche il pregiudizio è comune a entrambi i protagonisti e affonda parte delle sue radici nell’orgoglio personale e di classe.
Elizabeth prova delle antipatie verso Darcy scaturite dall’opinione che la gente ha di lui (infatti la sua reputazione lo aveva preceduto alla festa da ballo in cui incontrò Elizabeth) e acuite dal giudizio espresso da lui troppo in fretta e incautamente, al punto da essere udito dalla protagonista, sul suo essere appena passabile.
Darcy considera negativamente la famiglia di Elizabeth sia per lo status sociale nettamente inferiore che per i modi poco controllati della madre di lei e per la condotta poco ortodossa delle figlie minori della famiglia Bennet. Inoltre elabora delle personali congetture basate solo e unicamente sull’apparente freddezza di sentimenti di Jane, sorella di Lizzy, nei riguardi del suo amico Bingley. Il suo saldo ascendente sull’amico, unito all’apparenza osservata contribuiranno poi ad allontanare la giovane coppia. Ma sarà poi la stima e l’amore per la donna difficile da conquistare che lo indurranno a meditare sui suoi errori e a constatare la correttezza di alcuni dei pregiudizi che però vale la pena di accantonare perché l’affinità caratteriale è troppo forte.
Deporrà il suo innato orgoglio come fosse l’unica arma capace di difenderlo nelle metaforiche lotte quotidiane e aprirà il suo cuore a Elizabeth, inizialmente stupita e ancora di più preda dei suoi incrollabili rancori verso Darcy.
Le presenterà una lunga lettera di scuse in cui svelerà la vera identità di Wickham anche a costo di confidarle un fatto, fino a quel momento tenuto segreto, e che se divulgato avrebbe irrimediabilmente infranto la reputazione di sua sorella Georgiana, la quale a quindici anni acconsentì al progetto di una fuga d’amore con il venale Wickham.
Porrà rimedio alla perdita di onorabilità di Lydia, la minore delle Bennet, fuggita con Wickham, falsamente intenzionato a sposarla. Corrompendolo con la promessa di estinguerne i debiti fino a quel momento accumulati, lo convinse a sposarla.
Contribuirà anche a rinsaldare l’unione tra il suo amico Bingley e Jane, da sempre fatti per stare insieme.
Assumerà modi gentili, quasi inverosimilmente attribuibili alla figura del Darcy che la gente ha imbastito. Cercherà di piacere agli zii di Elizabeth, i signori Gardiner, trattandoli come suoi pari. 
L’effetto prodotto dalle azioni di Darcy sarà quello di abbattere tutti i pregiudizi di Elizabeth nei suoi confronti. E la sua seconda proposta non può che essere accolta con gioia di Elizabeth e stupore del padre ignaro dell’evoluzione dei sentimenti della secondogenita nei confronti di Darcy.

mercoledì 14 febbraio 2018

Intagli di frutta e verdura. Pinguini con melanzane

Decorazioni con i prodotti della natura. Pinguini con le melanzane 
Indovinello: qual è la differenza tra un pinguino ed una melanzana?
Risposta: nessuna. 
Se c’è un ortaggio che si presta a trasformarsi in pinguino, si tratta della melanzana. 
Intagli Carvings frutta e verdura pinguini melanzane Silvana Calabrese - Blog
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domenica 11 febbraio 2018

Gli esami non finiscono mai. Brevi consigli per gli studenti

L’esame di licenza elementare… sono trascorsi molti anni, ma lo ricordo ancora e se potessi tornare indietro lo sosterrei nuovamente. Ricordo che si parlava di camomilla come efficace rimedio per l’ansia, un termine che però a dieci anni si ignora completamente.
L’Esame di licenza elementare era un esame interdisciplinare esistente fino all’anno scolastico 2004-2005 e permetteva il passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado. È stato eliminato con la Riforma Moratti, dal nome di Letizia Moratti che dal 2001 al 2006 ha ricoperto la carica di Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.
Nel 1973 Eduardo De Filippo ha scritto una commedia il cui titolo, «Gli esami non finiscono mai», è diventato un modo di dire molto popolare che alla luce della riforma potrebbe finire irrimediabilmente nell’oblio.
Esami scuola vita Silvana Calabrese
L’importanza dell’esame ora abolito non riguardava l’esposizione dei contenuti in sé, ma si trattava di un simbolo fondamentale per gli infanti: impegnarsi in vista del superamento di una difficoltà. Tale ostacolo è del tutto irrilevante in quella fascia d’età, ma costituiva un elemento preparatorio per i futuri “esami” della vita: interrogazioni, verifiche scritte, compiti in classe, esami di stato, test di ammissione, dissertazione di tesi di laurea, colloquio di lavoro, esposizione di un progetto, audizioni.
I più piccoli sono inebriati dall’esenzione concessa loro, ma quando dovranno affrontare le prime interrogazioni della scuola media e l’esame di fine triennio, li interpreteranno come ostacoli insormontabili e saranno privi di quella preparazione psicologica inconsciamente acquisibile dall’esame di licenza elementare.
Per quanti si accingono a sostenere prove, sono desiderosa di dispensare qualche consiglio per affrontarle, essendomi accomodata per molti anni sugli spalti studenteschi e successivamente anche in commissione.
Oltre a mangiare sano e a riposare bene (per i latini valeva il detto «mens sana in corpore sano») affrontate lo studio di una disciplina cercando di comprendere i nessi esistenti tra gli avvenimenti. Ricordate che la comprensione batte la memoria. Ogni singola parola va scandita, evitando di parlare velocemente. Siate padroni del vostro discorso, dunque non avversate verbalmente il docente. Il consiglio da 24 carati è quello di immaginare di rivolgervi a persone che siano inferiori rispetto a voi per età e cultura, perché questo vi renderà molto più chiari, esaustivi e convincenti. Buon lavoro. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 18 aprile 2016, p. 12. 

giovedì 8 febbraio 2018

Battere l’evasione fiscale: un suggerimento dal XV secolo

Mi è rimasto impresso uno dei discorsi del Presidente del Consiglio Mario Monti quando ancora si stava riflettendo su come porre rimedio alla difficile situazione del nostro paese. La curva dell’attenzione del pubblico a casa stava precipitando inesorabilmente, colpa dei lunghi discorsi, ma subì un’impennata al suono delle parole «l’ultimo punto, ma enormemente importante». L’ultimo aspetto che l’onorevole avrebbe affrontato riguardava la funesta questione dell’evasione fiscale, il nostro ottavo peccato capitale.
Evasione fiscale rimedio Silvana Calabrese - Blog
Forse si è trattato di una strategia comunicativa del premier, dato che è stato dimostrato che la nostra mente elabora un percorso periferico che induce a ricordare meglio la prima o l’ultima parte di un discorso. Rispettivamente si parla di effetti primacy e recency.
L’evasione sottrae alle casse dell’erario forse alcuni miliardi di Euro. I miei dati sono assolutamente vaghi, ma le certezze subentrano nel caso della lotta all’evasione fiscale. Con tante manovre riusciremo a sopraffare l’evasione? Siamo mai riusciti realmente ad attuarla (la lotta intendo)?
Io ricordo un sistema. Fu adottato nel remotissimo Catasto fiorentino del 1427. Lo si ricorda come un catasto completo e laborioso. Si tratta di un censimento dell’intera popolazione sottoposta alla giurisdizione della Repubblica. Oltre Firenze, le principali città incluse nella rilevazione furono Pistoia, Prato, Arezzo, Pisa, per un totale di circa 260.000 persone. Registra meticolosamente beni mobili ed immobili dei quali fornisce una stima. L’obiettivo è avere una base per stabilire le tasse, l’imponibile. Si verificava la sincerità delle dichiarazioni per mezzo di opportuni sopralluoghi presso i contribuenti sospetti. Coloro che non ottemperavano agli obblighi fiscali venivano colpiti con pesanti pene e perdevano ogni diritto di fronte alla giustizia civile e penale.
Al fine di scoprire gli evasori, gli amministratori del catasto invitarono ogni cittadino a denunciare il prossimo. Fecero collocare delle cassette o tamburi nelle piazze e nelle chiese per raccogliervi le denunce. Se il notificator (la persona che dichiarava esserci stata una frode fiscale) rivelava la propria identità, riceveva un quarto del valore del bene che era stato nascosto al fisco. La pratica fu così incentivata e il sistema risultò efficace. Nel XXI secolo potremmo riprovarci? Per ora lasciamo che ci pensino Serpico e la Spending Review. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 21 febbraio 2014, p. 18.

lunedì 5 febbraio 2018

La barzelletta fiscale: l’evasore, l’esente e il francese

È ora di smetterla con le barzellette sui carabinieri: non sarebbe rispettoso dato che alcuni di loro perdono la vita eroicamente. E ormai sono passate di moda anche le barzellette che iniziano con «ci sono un italiano, un inglese e un francese»: siamo sufficientemente globalizzati da aver raggiunto un buon livello di maturità cosmopolita. Una nuova tipologia di «racconti da ombrellone» (modo in cui mi piace definire le storie ridicole e contraddittorie da narrare in spiaggia) può essere costituita da due coprotagonisti: l’esente e l’evasore.
Evasione fiscale Silvana Calabrese Blog
L’esente è colui il quale si è dimostrato totalmente incapace di sedurre l’ipovedente Fortuna. L’esente in genere coincide col disoccupato o con chi ha un reddito basso. Viene apostrofato come «parassita dello Stato» poiché è a questa entità giuridica che egli si rivolge per ottenere esenzioni in merito a tasse, visite mediche, prescrizioni farmaceutiche. Ma tali agevolazioni richiedono la pazienza dell’attesa, perché lunghe sono le code per ritirare attestazioni e certificazioni del proprio precario stato economico.
Un personaggio di grande interesse è l’evasore che spesso indossa la maschera dell’esente. L’evasore non è povero (lo è nell’animo), ma ove possibile si crea sempre delle circostanze per fare sue delle agevolazioni alleggerendo i già anoressici fondi statali. L’evasore ha un credo secondo cui le tasse sono una punizione e le bollette una tegola sulla testa. Girano per la città a bordo di auto di grossa cilindrata e dichiarano meno del reddito effettivo. Forse sono deboli in matematica. Ma paradossale sarebbe il caso di docenti che insegnano la storia dei mass media o dell’evoluzione del giornalismo per poi violare deliberatamente l’art. 27 della Legge n. 223 del 6 agosto 1990, anche nota come Legge Mammì (Norme sul canone di abbonamento). Ne viene fuori una débâcle delle materie umanistiche.
Passiamo al francese: – Vous parlez français? – Non.
E allora? In questa barzelletta moderna l’evasore e l’esente non si accompagnano al francese perché quest’ultimo serviva solo a echeggiare le barzellette vecchio stampo.
Questa tuttavia è una storia senza dimora cronologica come dimostrerebbe la riesumazione del Catasto Onciario o Carolino, quel documento di natura fiscale redatto tra il 1753 e il 1754 al fine di garantire un’equa ripartizione del carico fiscale affinché «i pesi (tasse) siano con uguaglianza ripartiti, e che il povero non sia caricato più delle sue deboli forze ed il ricco paghi secondo i suoi averi». Le tasse gravarono ugualmente sugli umili ed i beni feudali furono esentati. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 5 febbraio 2012, p. 12.

venerdì 2 febbraio 2018

Mamma, papà… da dove vengono i bambini?

Facile diventare genitori, ma esserlo è difficile
Questo articolo non ha controindicazioni e può essere letto senza censure da grandi e piccini. È fin troppo semplice diventare genitori, ma esserlo è ben più complicato e se ne prende coscienza di fronte alla domanda ingenua o sorniona del bimbo: da dove vengono i bambini? La mamma arrossisce e il babbo impallidisce, specie se a chiederlo è la figlia femmina. Voi genitori siete pronti a confondere le idee ai figlioletti istigandoli ad approfondire l’argomento e i piccoli devono destreggiarsi fra bizzarri racconti come quello della cicogna che solca i cieli e da alta quota lascia cadere i teneri fagotti. Poi c’è la versione dei bambini che si trovano sotto i cavoli, ecco perché in alcuni asili vi sono invasioni di pidocchi! Una storia spezzata che si interrompe nei campi è quella delle api e dei fiori, è difficile intravedere un legame col concepimento. Di matrice giovanile è la narrazione delle vicende di Barby e Ken; non c’è da sorprendersi se poi i bambini spogliano tutte le loro bambole! Un racconto d’élite è quello del babbo che inserisce i semini nella pancia della mamma, ma crolla la coerenza se il papà non ha il pollice verde. Basterebbe poco per dire la verità: i bambini sono il frutto di atti di dubbia moralità. Non capirebbero, ma smetterebbero col terzo grado. Il problema vero è che la risposta completa sono in pochi a conoscerla. Mi cimento io.
Concepimento fecondazione Silvana Calabrese blog
Nel lontano 1600 uno scienziato scoprì che i papà hanno dei girini (non ci è dato sapere come se li procurò) e diede alla loro coda un nome che sembrò un pronostico: flagello, infatti esso è sinonimo di disgrazia… che ci ha portati a essere 7 miliardi. Dunque, la mamma ha un ovetto (in realtà ne ha molti ma la parsimonia la induce a usarne uno al mese) e il babbo dispone di un piccolo esercito di girini in cerca di quell’ovetto. Non occorre studiare economia per osservare la netta sproporzione tra domanda e offerta. Come dice il profeta Gianni Morandi nella canzone, «uno su mille ce la fa». Un solo girino si associa all’ovetto e… indietro non si torna. Da questa specie di fusione aziendale anche detta «miracolo della vita» nasce una cellula che cresce e si sviluppa, lo zigote. La pronuncia di questo termine, articolata al punto da corrugare il viso, è un presagio. Suggerisce che entro 9 mesi giungerà a casa un tenero salasso finanziario chiamato bebè. Una ricerca di alcuni anni fa segnalava che accudire un bambino da 0 a 18 anni vuol dire affrontare una spesa pari a 300.000 euro. Una cifra da incubo e anche da aggiornare perché fino ad ora non ho mai visto un giovane che appena terminati gli studi riesca ad emanciparsi dalla propria famiglia, la metaforica cellula alla quale restano legati anche oltre i 40 anni. Tutto chiaro? 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno” 5 febbraio 2015, p. 24. 


martedì 30 gennaio 2018

Intagli di frutta e verdura. Gufo con la mela

Decorazioni con i prodotti della natura: 
gufo con la mela
Intagli frutta verdura gufo mela Silvana Calabrese - Blog
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sabato 27 gennaio 2018

L’ultima riga delle favole

Recensione: Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole, Longanesi, Milano 2010, pp. 258.
L’ultima riga delle favole è un’allusione alla promessa dei racconti fantastici che si concludono con «e vissero per sempre felici e contenti». L’evoluzione narrativa delle favole che hanno popolato la nostra infanzia aveva il potere di mantenere sempre desta la nostra attenzione accrescendo in noi uno stupore inesorabile. Ma Tomàs, protagonista del romanzo di Gramellini, avvertiva un brusco affievolimento di quel senso di meraviglia in corrispondenza di quell’ultima riga che dava spazio ad uno spesso strato di insoddisfazione, innescando una curiosità mai appagata in merito a ciò che sarebbe avvenuto in seguito ai protagonisti dei racconti.
Massimo Gramellini L'ultima riga delle favole Recensione Silvana Calabrese
Ogni favola, ogni fiaba, ogni mito, altro non era che la metafora della vita anche se condotta ai confini del reale. Ogni narrazione simbolica si fa ambasciatrice di una verità interiore veicolando interpretazioni della realtà.
L’autore architetta un ponte tra dimensione quotidiana e fiabesca riprendendone simbolicamente le funzioni: farà compiere al protagonista un viaggio introspettivo che si collocherà in un mondo che per garantire concentrazione e lucidità dovrà essere immaginario, le Terme dell’Anima. Il percorso inizia con la tipica partenza del protagonista, tradotta in un naufragio esistenziale, mosso dalla mancanza di qualcosa, l’anima gemella, stimolo a partire. Un traguardo che verrà eclissato per la durata dell’itinerario allo scopo di risaltare l’essenza di ogni tappa.
In un luogo arcano l’uomo comune ha l’occasione di divenire eroe osservando o ottenendo poteri fuori dall’ordinario, ma si tratta di allegorie e dunque se ne ricerca il corrispettivo nella vita vera: motivazione, affetto, stima ed autostima, amore, odio, desiderio di riscatto, empatia. Sono alcune delle forze che intrinsecamente abbiamo ricevuto in dote e che ci consentono di affrontare le peripezie e le vicissitudini che la vita quotidiana ci riserva.
L’eroe Tomàs viene sottoposto a prove di resistenza e di abilità lottando contro un’ostruzione che egli stesso aveva eretto intorno al suo cuore e alla sua mente separandosi dalla propria anima. Tali prove custodiscono il senso delle esperienze capaci di rendere l’uomo maggiormente sensibile non solo a ciò che lo circonda, ma anche a emozioni e sentimenti.
L’adempimento graduale delle prove è la condizione necessaria affinché si inneschi un cammino di crescita interiore, compiuto il quale si ritorna al punto dove l’iter è cominciato, ma con nuove risorse interiori fondamentali per annullare lo stato di rassegnazione ed infelicità.
Affrontare le paure. Dosare l’entusiasmo in quanto propellente eccezionale che può però detronizzare la costanza. Proporsi una meta e lavorare duramente lottando se necessario, affinché non resti un’idea, ma diventi una conquista. Smettere di subire le forme di ingiustizia che popolano il mondo e nutrire la volontà di combatterle. Imparare a conoscere se stessi, ad amministrarsi, a controllarsi. Esser pronti a mettere in discussione le proprie provvisorie certezze al fine di conferire dei contorni ben definiti ai ricordi più dolorosi per poi spodestare l’ego ed osservare la situazione da un altro punto di vista, quello oggettivo che permette di accogliere oltre alle capacità empatiche, il concetto di perdono, ove possibile. Rispolverare due inestimabili risorse, intuizione e creatività che giacciono nell’oblio dell’infanzia, e coltivarne una la cui definizione è stata deformata: distacco. Concedere maggiore rilevanza ai gesti più che alle parole, spesso sovrapprodotte. Rammentare i pregi della capacità di avvertire la gratitudine. Saper cogliere l’opera d’arte per eccellenza, il raffinato e intricato disegno del destino, copione dell’esistenza, nonché ultimo elemento dotato di un’aura magica che la società ammette. Il suo corso tortuoso ed imprevedibile rende ogni evento giusto e perfetto perché in quel disegno vi trova una collocazione millimetrica.
Il soggiorno alle Terme dell’Anima assicura al lettore ed al protagonista l’acquisizione di tali orizzonti mediante lo sviluppo di una profondità di pensiero, coadiuvato da oggetti, personaggi, tragitti e luoghi simbolici. Spetta a noi tornare alla dimensione quotidiana e scoprire tutto ciò che non eravamo in grado di osservare, udire, ascoltare, percepire. 
La recensione è apparsa su «La Vallisa», Quadrimestrale di letteratura ed altro, anno XXX, N. 90, Besa Editrice, Nardò (LE) 2011, pp. 190–191.

mercoledì 24 gennaio 2018

Picconate al sistema di valori con la tv sempre più a luci rosse

C’era una volta una lettera scritta il 14 luglio 2013 da una… mamma (incavolata) a “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Rivolgo alla donna un doveroso e profondo grazie poiché ha saputo sorprendermi per la tenacia con la quale custodisce dei valori che la nostra società ha ridicolizzato e minimizzato. Condivido con quella donna la medesima indignazione verso il servizio sullo sfarzoso club per scambisti. Non mi ero accorta che avessero asserito che è una fortuna avere tale struttura in Puglia.
Sono questi i servizi per i quali paghiamo il canone Rai!
Ho scritto più volte in queste pagine denunciando la mancanza di integrità nella gente. In troppi rinunciano ad esporre le proprie idee e a spegnere il televisore che non è più degno di avere spettatori.
Spot eiaculazione precoce fiammiferi sul letto Silvana Calabrese
Un tempo eravamo in grado di sfoggiare un intero sistema di valori, punti cardine della nostra esistenza, poi li abbiamo rinnegati forse reputandoli un ostacolo rispetto alla possibilità di vivere emozioni intense. Ed ora dove siamo approdati? Riusciamo ancora ad essere davvero felici? Siamo ancora capaci di raggiungere uno stato di allegria che non sia accompagnato dai superalcolici o da strampalate pratiche sessuali?
Il direttore del club per scambi di coppia ha affermato «chi è senza peccato scagli la prima pietra». Questo è il classico nonché prevedibile alibi impiegato per non ammettere la bassezza della realtà che viviamo, quella nella quale siamo immersi e nella quale annegheremo. È come suffragare la reitera del metaforico reato.
È labile il confine tra servizio giornalistico e spot pubblicitario. L’alto tenore veicolato dal servizio è fittizio, costruito ad arte per ingannare lo spettatore.
Quanto ai fiammiferi che amoreggiano sul letto, posso dire che non userò mai più un fiammifero per il resto della mia vita.
Sono fiera della madre che ha dimostrato di essere. In molti dovrebbero emularla. Affinché la personalità dei suoi figli non venga dirottata da ambigui messaggi televisivi, non dovrà mai più sperare che i valori di riferimento vengano trasmessi in tv. Non a caso solo i genitori vengono definiti «figure di riferimento». Seguono il percorso di vita dei figli coadiuvandoli nell’edificare l’identità. E lei questo ruolo lo ricopre come pochi. 
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 12 febbraio 2014, p. 20.