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venerdì 19 settembre 2014

Tanti oggetti sono all’avanguardia. E perché non il corsetto?

Quel corsetto ortopedico troppo innovativo per la Puglia
     Scoliosi, cifosi, lordosi: sono accentuazioni delle fisiologiche curve della colonna vertebrale. Necessitano di prevenzione e correzione, ma non si può parlare di guarigione. Anche se condizioni irreversibili, non sono quelle le parole incriminate, bensì la negligenza medica unita alla carenza di innovazione.
scoliosi, cifosi, lordosi
     Adoriamo contornarci di oggetti all’avanguardia eppure nel campo dell’ortopedia ci siamo rassegnati al vintage. Il corsetto, o busto correttivo, viene creato su misura e applicato per risolvere quei problemi. Nei casi più gravi ci si sottopone ad intervento chirurgico. La gamma di busti è vasta: c’è il tipo Boston; lionese; Riviera; Lapadula; Cheneau; Spinecor; l’inamovibile gessato Risser; il modello Milwaukee con o senza anello cervicale. Nomi poliedrici che distolgono l’attenzione dal problema di salute e ci orientano all’effetto moda. Sono busti rigidi, in polietilene (quindi sintetici) e sopportabili a fatica specialmente da un bambino/adolescente. Inoltre sono vecchi, basti pensare che il Lapadula risale agli anni Sessanta. Ottimi per l’erotismo e già in uso in quel campo. La cura consiste nell’indossarli per molte ore al dì, ma la cosa è quasi impossibile e molti vi rinunciano perdendo la possibilità di ottenere vantaggi posturali. La soluzione risiede nell’innovazione: è stato brevettato negli States (patria della scoliosi) il corsetto di nuova generazione che rappresenta la nuova frontiera della correzione ortopedica. Offre una migliore sopportazione anche nel periodo estivo grazie alla caratteristiche del materiale di produzione: le fibre di carbonio. È traspirante ed antistatico per merito delle speciali fibre conduttive che assorbono e disperdono le cariche elettrostatiche.
     Tuttavia in Puglia siamo fermi ai modelli vetusti, portabandiera di una mentalità sclerotizzata. A questo punto, il discorso diviene un affluente che si riversa nell’annosa questione della sanità in cancrena composta da medici, spesso avidi nel cumulare danaro e non conoscenza, e da una fisioterapia che tarda a prendere piede con tecniche di correzione e palestre attrezzate. Restano in auge gli istituti privati, vere cooperative di fisiatri protesi all’innovazione. Tutto questo costringe le famiglie a diventare emigranti in patria effettuando viaggi della speranza nel proprio paese alla ricerca di una regione aggiornata. L’approdo a una visione più ampia causa un dispendio economico per le famiglie già immerse nel precariato. È ora di ampliare il nostro campo di azione. Troppo a lungo emeriti primari hanno raggiunto la vetta della carriera poggiando la metaforica scala su schiene deboli e storte. Mi piacerebbe immaginare il medico come se fosse Atlante, il titano della mitologia greca che mantiene sulle spalle l’intera volta celeste, per sollevare il suo prossimo dalle pene che lo affliggono. La medicina non è forse altruismo?
     Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 12 marzo 2013, pag. 24.

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